Meistersinger
Aggiunto il 06 Marzo, 2010
Le incisioni di Goodall delle grandi opere wagneriane non sono particolarmente note al grande pubblico, vuoi perché si tratta di un direttore poco conosciuto in tutto il resto del mondo non britannico, vuoi perché molte di esse sono state eseguite in inglese; è giocoforza, quindi, che il possesso di questi dischi – tra l’altro di non facile reperimento in Italia – sia solo di pochi appassionati “duri e puri”. Peccato, però. Personalmente ho sempre trovato l’approccio di Reggie (come veniva familiarmente chiamato Goodall) alle grandi partiture wagneriane uno dei più interessanti documentati dal disco. La prima impressione è sempre quella di una generica lentezza, tosto corroborata dall’idea che tale lentezza sia funzionale ad una chiarezza espositiva della materia che ha ben pochi paragoni nella storia esecutiva. Vige ovviamente l’idea che Goodall guardi all’universo poetico di Knappertsbusch, di Stein e dei grandi Kapellmeister, ma questa valutazione non mi trova completamente d’accordo, anche perché Goodall nelle sue direzioni ha sempre un tratto distintivo peculiare che è propriamente suo e di nessun altro: non mai quindi una generica grandiosità buona per tutti gli usi, né un’ampleur celebrativa della Sacra Arte Tedesca, ma una specie di “alto sentire” talora un po’ paternalistico ma mai spocchioso né saccente, come se fosse uno di quei vecchi professori che mettono sempre un po’ di soggezione al momento degli esami, ma che in fondo finiscono per essere amichevoli e quasi affettuosi.
Infatti, i suoi “Meistersinger” – o meglio, “Mastersinger”, visto che l’opera è eseguita nella traduzione inglese come sempre alla Sadler’s Wells di Londra – sono una bella cantata in compagnia, con squarci di intenso lirismo che vengono esaltati e, per così dire, “strappati” alla partitura tutte volte che ciò è possibile, talvolta anche oltre i limiti della decenza, ma sempre con una bonomia che fa perdonare tutto e che in fondo non è poi così lontano dallo spirito wagneriano, quanto meno di quest’opera particolare. Diverso il discorso per le altre opere, ovviamente, ma il Ring, il Parsifal e il Tristan sono fortunatamente documentate dal disco (queste ultime peraltro in lingua originale) e si prestano quindi alla valutazione di qualunque appassionato che voglia dedicarvisi senza pregiudizi.
Un altro degli aspetti peculiari delle produzioni di Reggie Goodall, come noto, era la qualità del canto. A ciò contribuiva in primis la familiarità che aveva con i cantanti che collaboravano con lui e che infatti ritornano spesso nei suoi cast; prova ne sia proprio la registrazione di questi “Meistersinger” che sembrano un’appendice ludica del suo Ring (appena posteriore, ma pubblicato già da un po’ di anni e quindi più noto); e in secondo luogo, il numero di prove cui sottoponeva i cantanti che, alla fine, erano un insieme di rara coesione in grado di far passare in secondo piano le mende dei singoli.
Prendiamo Margaret Curphey, per esempio. Nativa dell’Isola di Man, è un simpatico soprano lirico-leggero, molto tradizionale quanto a caratteristiche di emissione e molto convenzionale quanto a bellezza e luminosità del mezzo. Nel resto del mondo non britannico non la conosce praticamente nessuno, a parte gli appassionati wagneriani che hanno avuto modo di familiarizzare con lei grazie alle incisioni di Goodall. È genericamente brava e, se l’emissione si impenna, si sente la fatica anche nella parte non particolarmente difficile di Eva. Ma – e qui è la bravura del grande direttore – si sente l’intesa praticamente perfetta con Goodall che riesce a incastonare l’argento dell’emissione della sua cantante e a trasformarlo in una colata di oro purissimo in alcuni passaggi topici come, per esempio, l’ “Oh Sachs mein Freund!”, oppure l’attacco davvero celestiale del Quintetto, probabilmente il momento più bello di tutta questa registrazione.
Ma un po’ tutta la compagnia di canto è quasi come trasfigurata dal tocco magico del direttore; e questo riguarda per esempio anche un cantante come Norman Bailey, onesto professionista che di sicuro non ha cambiato la storia esecutiva wagneriana, se consideriamo per esempio le sue prove con Solti (Meistersinger e Fliegende Hollaender), ma che con Reggie rendeva infinitamente di più, tanto da dipingere un Wotan quasi paradigmatico, oppure un Sachs pensoso e, al tempo stesso, traboccante di gioia di vivere. Con tutto ciò, difficilmente si collocherà ai vertici della discografia, ma qui, in questo contesto – così come peraltro nel Ring inglese – è praticamente perfetto. Contribuirà il fatto di poter cantare nella propria lingua? Non credo: penso che sia proprio l’intesa con Goodall a trasformare magicamente anche lui.
Chi invece conferma le doti che avevamo imparato a conoscere proprio nell’incisione live del Ring, è il tenore Alberto Remedios. Nato a Liverpool nel 1935, e ritiratosi in Australia nel 1999, Remedios è definitivamente il tenore di Goodall e uno dei più importanti cantanti britannici di sempre. Linea vocale di immacolata bellezza, purissima eppure penetrante come deve essere il vero heldentenor, dotata di splendido metallo e perfettamente risonante, splendido gusto nel porgere la frase senza strafare: tutto fa di Alberto Remedios uno dei migliori Walther della non banale discografia di questo capolavoro. Splendidi i momenti solistici che culminano in uno dei più bei “Preislied” che io abbia mai sentito; splendida anche la veemenza con cui morde le frasi più concitate, ma sempre in un quadro di perfetta musicalità.
Nelle due parti di fianco principali, e cioè David e Beckmesser, troviamo altri due vecchi amici, vale a dire rispettivamente Gregory Dempsey e Derek Hammond-Stroud, cioè Mime e Alberich della futura produzione del Ring. Entrambi perfettamente padroni del canto declamato, sbalzano i rispettivi personaggi con gusto, grinta e cattiveria. Discreto Mangin come Pogner e interessante David Bowman come Kothner.
Nelle fila dei Maestri troviamo anche, in una parte minore, l’altrove eccellente John Brecknock, bella voce di tenore leggero ma corposo che tanto avevo apprezzato come Des Grieux, nella registrazione di una “Manon” di Massenet (probabilmente il più bel “En fermant les yeux” che io abbia mai ascoltato). Dato il clima imposto da Goodall, non esiterei a sostenere che sarebbe potuto essere un’eccellente alternativa come David a Remedios.
Registrazione di qualità più che discreta – trattasi pur sempre di broadcast – che rende bene la qualità dell’evento