Le Comte Ory
Aggiunto il 18 Giugno, 2006
Un capolavoro, né più né meno, questa registrazione che ci proviene da uno dei due templi che oggi come oggi si dedicano con profitto alla divulgazione rossiniana: uno è la fondazione Peter Moores, da cui ci arrivano lavori di scarsa rinomanza e, generalmente, di ottima qualità esecutiva, attraverso l’etichetta Opera Rara; l’altro è il ROF, invero – spiace dirlo – non così rimarcabile quanto a qualità, a parte alcune luminose eccezioni, di cui la presente registrazione è il classico esempio.
È talmente chiaro da sembrare persino ovvio che la registrazione nasce per documentare uno degli spettacoli-capolavoro di colui che, oggigiorno, passa per essere – e di fatto lo è – il massimo tenore rossiniano: il peruviano Juan Diego Florez. In realtà, l’ascolto permette di chiarirsi meglio le idee e di scoprire che di motivi di interesse ce n’è più di uno, non ultimo quello per l’opera propriamente detta, su cui era sceso un certo oblio dopo il lavoro di Abbado sul Viaggio a Reims, la cantata-divertissement da cui Rossini attinse abbondantemente per la musica (quattro numeri per il solo primo atto, fra cui l’assolo della Contessa di Folleville che qui diventa En proie à la ristesse della Contessa di Fourmoutiers); nel secondo atto, l’assolo di Raimbaud Dans ce lieu solitaire è la traslitterazione di Medaglie incomparabili di Don Profondo). Il Comte Ory è veramente uno spasso, e per di più ricco di una teatralità che invece mancava clamorosamente – e date le premesse, non poteva essere altrimenti – dal Viaggio. Come in tutte le commedie rossiniane, esiste sempre una certa ambiguità di fondo, una nota malinconica quasi sospesa che tempera la burla. Tale ambiguità, in definitiva, è sempre l’aspetto più difficile da rendere; a maggior ragione in un personaggio come Ory che sembra fare il verso (ma sarebbe più giusto dire lo sberleffo) niente meno che a Don Giovanni e che, come lui, rimane scornato alla fine del dramma, non prima di aver fatto la corte… al proprio paggio (involontariamente, ça va sans dire).
Per un personaggio così complesso, di cui Richard Osborne sottolinea giustamente gli aspetti femminini (tipici di molti tenori rossiniani), di cui il celeberrimo Nourrit fu il primo interprete, occorre un autentico asso, e Florez indiscutibimente lo è. Certo, la voce non è il massimo della seduzione: esiste sempre, e ben percepibile, un vibrato stretto piuttosto sgradevole che rende l’emissione piuttosto caprina, soprattutto sulle basse frequenze, ché anzi, non appena la voce s’impenna, l’emissione diventa limpida, cristallina, senza dar mai la sensazione di sforzo alcuno. Gli esempi non mancano, anche perché la partitura sembra fatta apposta per dar ragione a tutti quei buontemponi i quali sostengono che Rossini nutrisse scarsa simpatia per la voce di tenore. E così abbiamo la straordinaria cavatina d’ingresso di Ory (Que le destins prospères) che sembra fatta apposta per esaltare le straordinarie doti di vocalista e, direi, anche di fraseggiatore di Florez, anche se interpreti non così meravigliosamente dotati quanto a bellezza del mezzo (e penso, ovviamente, a Blake) riuscivano sempre a far risaltare meglio l’aspetto di raffinata ironia e del sorriso del dandy disincantato che spesso è carattere peculiare del tenore rossiniano. Si ha, insomma, l’impressione che il bravo Juan Diego si prenda un po’ troppo sul serio, ed è non solo un peccato, ma anche la ragione per cui ci sembra definitivamente arrivato il momento di voltar pagina e di passare ad altro repertorio. D’altra parte, il momento forse più alto di quest’incisione che non dovrebbe mancare a nessun appassionato di vocalità rossiniana, è lo straordinario duetto fra Ory e Isolier, alla scena settima del I Atto, Une dame de haut parage, in cui si assiste ad una gara di bravura fra Florez e la sorprendente Marie Ange Todorovitch, la cui calda brunitura mezzosopranile è squarciata da autentiche fiondate agli acuti cui Juan Diego replica da par suo, nota su nota.
A fronte di una tale macchina per note, cosa possiamo desiderare di più? Apparentemente nulla: è un asso, non gli si applica il metro tradizionale. Eppure, volendo, qualche cosa c’è.
Quel registro centrale un po’ belante: non è del tutto sgradevole, intendiamoci, ma dopo un po’ diventa francamente stucchevole.
La dolce naivetè dei suoi personaggi, è divertente, ma poi dopo un po’ stufa. La sana cattiveria che animava i personaggi di Rocky Blake gli sembra francamente estranea, ed è un tratto che invece nei personaggi rossiniani – così come in quelli di Walt Disney – di solito è sempre ben percepibile.
E poi, francamente, lo vorremmo alle prese con altri cimenti, che escano dal seminato dei soliti ruoli. Per carità, ben vengano anche i ruoli rossiniani, finché sono prove stratosferiche come questa; però Flore già adesso corre il rischio di essere ripetitivo in un repertorio in cui non ha più bisogno di dimostrare a nessuno di essere il migliore sulla piazza. Speriamo che presto riesca a darci qualche segnale di novità, soprattutto in quel repertorio francese che avremmo individuato come terreno elettivo per la sua vocalità.
Benissimo anche la prova del direttore d’orchestra: Jesus Lopez-Cobos si è segnalato anche recentemente per alcune prove notevoli e questa non è da meno, per la fantasia e il piglio brioso con cui viene trattata la partitura. Meticoloso, poi, lo studio delle cadenze, soprattutto per la Bonfadelli, messa piuttosto alla frusta dalla partitura. La quale Bonfadelli si ritaglia un personaggio delizioso, che mutua un po’ della svampitaggine che era il tratto distintivo della Contessa di Folleville, ma che non ha al proprio arco le frecce del repertorio della virtuosa pura. Il problema è che dalla sua aria dovrebbero esplodere i fuochi d’artificio che, invece, sono un po’ ritenuti; il problema può diventare ben chiaro se si ascolta il Partir, oh ciel, deggio di Lella Cuberli nella celeberrima incisione del Viaggio di Abbado. Qui la Bonfadelli, cui peraltro tale repertorio non è estraneo, si aggiusta un po’ le cadenze, riuscendo comunque ad arrivare più che onorevolmente al termine della fatica.
Della straordinaria prova della Todorovitch come Isolier abbiamo già detto: è sicuramente l’altro asso della serata, mentre rimaniamo un po’ freddi di fronte al pur bravo Bruno Praticò, di cui non ci persuade una certa qual genericità d’accento. Molto bravo, invece, Alastair Miles che, dalle nostre parti, si era sempre contraddistinto in prove precedenti per una flemmaticità interpretativa molto british e, quindi, assai poco gradita al nostro palato.