Venerdì, 04 Aprile 2025

Norma

Aggiunto il 08 Gennaio, 2010


Vincenzo Bellini
NORMA

- Norma GINA CIGNA
- Pollione GIOVANNI MARTINELLI
- Adalgisa BRUNA CASTAGNA
- Oroveso EZIO PINZA
- Flavio GIORDANO PALTRINIERI
- Clotilde THELMA VOTIPKA

Coro della Metropolitan Opera House, New York
Chorus Master: Fausto Cleva

Orchestra della Metropolitan Opera House, New York
ETTORE PANIZZA

Luogo e data della registrazione: New York, 20 febbraio 1937
Edizione discografica: GOP, 2 CD economici

Note tecniche: buon suono sostanzialmente, qualche distorsione qua e là
Pregi: il buon Oroveso di Pinza
Difetti: La direzione, Norma, Pollione e, in parte, Adalgisa
Giudizio complessivo: images/giudizi/mediocre-sufficiente.png

Video:

Questa non è un’edizione indirizzata agli amanti della lirica o a quelli che vogliono gustare le squisitezze del capolavoro belliniano, ma a coloro che vogliono capire che cosa ha rappresentato la Norma di Bellini nel quadro storico-esecutivo dell’opera. Ciò che si ascolta in questi CD sostanzialmente ben riprodotti per essere ‘live’ di una rappresentazione che si avvicina quasi al secolo di vita. Tale produzione poi può essere considerata la prima testimonianza discografica della Norma in edizione integrale (con tutti i tagli del tempo, però) giacché precede di pochi mesi l’edizione CETRA con la stessa protagonista e con altri interpreti e direttore. Per inciso, edizione tutto sommato migliore di questo ‘live’, anche se non immune da difetti. Ascoltare quest’edizione insomma significa fare un tuffo nella memoria e, al contempo, esprimere – qualora ce ne fosse bisogno – ancora una volta un sentito ringraziamento a M. Callas che, ormai dato assodato, ci ha fatto respirare aria pura ed ha aperto nuovi orizzonti che sono poi culminati con J. Sutherland (e, in parte, con M. Caballé e B. Sills). Oggi mi pare – e qui non vorrei essere, come diceva papa Giovanni XXIII all’apertura del Concilio Vaticano II, un profeta di sventura – sembra si stia tornando indietro, specialmente a casa nostra.
Dunque una Norma ‘datata’. È forse questo l’aggettivo che definisce globalmente questa testimonianza audiofonica e, diciamo, anche visiva giacché la copertina del cofanetto (peraltro ben corredato di libretto e qualche foto) ci mostra la posa di G. Cigna che è associabile alle grandi dive del muto proprio nell’atteggiamento da primadonna di un’opera che si ritaglia sostanzialmente sulla protagonista chiamata a gettare luce ed essere punto di riferimento agli altri personaggi.
La direzione di Panizza, per cominciare, è notevole sul piano della dinamica e del teatro, ma non poche volte la concitazione ed il ritmo sono affrettati e superficiali, senza contare la sua responsabilità nel praticare tagli e taglietti che oggi non dovrebbero usare più, ma che purtroppo ci affliggono ancora. Ascoltando attentamente l’Ouverture, da Bellini si può passare a Mozart e alla famosa frase della Contessa «Dove sono i bei momenti». Difatti tutto ciò che sa di elegia viene messo da parte in nome di un incalzare sonoro, nemmeno troppo accurato, che sfiora dappresso le varie marcette militari e simili. C’è dunque superficialità che incombe proprio per questa sbrigatività che può far colpo sull’uditorio, ma che a noi a volte ci provoca l’associazione con le pellicole comiche del muto con i loro incerti fotogrammi. Né si può parlare di convinzione, né di percezione storica di cosa si stia dirigendo. Faccio un solo esempio: l’introduzione e accompagnamento a «Ite sul colle o druidi» pur corretto e compatto presenta sonorità vicine a «Gli aranci olezzano». Abbiamo poi veri e propri momenti di bandistica pesantezza (e in questo Panizza non era solo all’epoca), come l’Introduzione a «Norma viene» in cui in alcune battute prima di «Sediziose voci» l’orchestra fa cilecca per ritmo e sonorità; la conduzione del duetto Adalgisa-Pollione (specie nella sezione centrale) e altro momento negativo è l’Introduzione al II atto che poi nel prosieguo diviene – col valido contributo della Cigna – un bel saggio di avanspettacolo finto drammatico.
Ma tutto o quasi tutto è così e se poi aggiungiamo che il coro non è eccelso (direttore è il famoso Cleva che poi passerà al podio) avremo anche momenti di baraonda come il Finale I e nemmeno il Finale dell’intera opera è immune da simili vizi d’impostazione.
Fra i cantanti l’unica lode che si può dare è a E. Pinza che non solo era un grandissimo cantante (nell’edizione CETRA figurerà Pasero altro imponente nostro cantante), ma aveva una dizione ottima al pari della sua musicalità. Forse non era adattissimo a personaggi togati (è stato il celebratissimo Don Giovanni che sappiamo, oppure il Figaro con Stabile dello stesso anno a Salisburgo diretto da B. Walter) come il grande Tancredi, ma ciò non toglie che il basso romano ci dà un Oroveso deciso e netto, nonché non privo di certa giovanilità. Gli si può rimproverare (spinto un po’ dal momento), nel Finale dell’opera, qualche accento veristicheggiante.
G. Martinelli è abbastanza franco nell’espressione e ha buona comprensione del personaggio, però non si astiene da qualche vezzo plateale e certa enfasi. Ciò lo si nota specialmente in tutto il dialogo con Flavio (un efficiente Paltrinieri) che precede «Meco all’altar di Venere». Inoltre manca quella spavalderia tipica del personaggio che ritroveremo in Corelli o, in tempi a noi più vicini, al grande Vickers (ma che, all’epoca, già ci veniva testimoniata da gente come Lauri Volpi e Pertile). La voce di Martinelli è anche simpatica, ma non ha in toto i requisiti adatti per questo personaggio nato per un baritenore. Inoltre la dizione non è eccelsa e abbiamo un errore di lettura in «Me protegge…» privo di ‘da capo’ e caoticamente impreciso nell’agilità e nei tempi e lo stesso acuto finale, tenuto più del dovuto, non è d’oro fino… Tutt’altro… Anche nel duetto con Adalgisa certe sonorità disordinate dell’orchestra lo coprono e si sente che tutta questa grande potenza non c’è…
La Castagna è un’Adalgisa piuttosto sommaria nei modi e nell’accento e nemmeno troppo precisa negli attacchi, anche se dotata di una generica e buona voce. Certo non è una belcantista (meglio della Cigna lo è, questo va detto) e nemmeno si sforza di alleggerire laddove il personaggio, sostanzialmente liliale, lo richiederebbe. La sua sortita («Sgombra è la sacra selva») appare piuttosto monotona o enfatica (l’ultima frase «perduta io son», prima dell’incontro con Pollione) è grossolana. Anche lei ha precise responsabilità al basso livello del successivo duetto con Pollione.
La Cigna si costruì la fama attorno ad almeno tre ruoli: Turandot, Gioconda e, appunto, Norma. Di essi ha inciso in modo completo il primo ed il terzo (il secondo fortunatamente è andato alla grandissima Arangi-Lombardi che la superava per molte cose di molte spanne). C’è da chiedersi subito, manzonianamente: La Cigna fu vera gloria ? Per me no. Mentre Turandot ha una scrittura vocale solo spiegata, Norma è un personaggio è molto più complesso e richiede una preparazione molto più accurata, tenendo conto anche dell’insieme puramente quantitativo di note da cantare con tutto il coté belcantistico. C’è da dire che anche sulla Turandot della Cigna si potrebbero avanzare riserve, tenendo conto che se la voce indubbiamente c’era, mancava forse tutto un approfondimento psicologico che ne evidenziasse la nevrosi e la contraddittorietà del personaggio; un tratto comune che la gelida principessa pucciniana ha anche con Norma (nel suo essere tra sacro e profano).
Ad ogni modo, la Cigna vantava una voce voluminosa e svettante, ma anche modi forzati (lo si nota dal recitativo d’entrata) e dire veristi è poco. Qui a tratti si cade nella caricatura. Anzitutto è sistematico l’allargamento in zona medio-bassa dei suoni e ciò lo si stente dall’attacco di «Casta diva» dove sparisce l’elemento arcano e lunare e ascoltiamo una dizione dilatata (la vocale a di ‘Casta’ evoca un ombrello aperto, ma non solo lì si potrebbe ricorrere a tal immagine!), senza contare che ciò si ripercuote sull’andamento ritmico (il secondo «tempra ancora» ha una cesura inopportuna), perché pur se si è dotati non si è onnipotenti, né la Cigna vantava quella levigatezza di suoni che la Arangi-Lombardi possedeva. Nell’ambito della vocalizzazione siamo ai limiti dell’approssimazione: chiaramente privo di ‘da capo’, il suo «Ah bello a me ritorna» è piuttosto caricaturale e arrangiato. Lo stesso dicasi della fiorettatura dei due duetti con Adalgisa (l’«Ah si fa core abbracciami» è orrendo e nella parte finale urlato e gridato). Caricaturali sono anche certe battute di conversazione in zona centrale come il dialogo con Clotilde (una Votipka un po’ chioccia) che inizia con la frase «Vanne e li cela entrambi». Ma poi l’immedesimazione e l’enfasi ci regalano momenti grotteschi in alcune frasi o, addirittura, in certi momenti magici dell’opera come il piagnisteo enfatico e le frasi sguaiate che scandiscono il «Teneri figli» oppure, ancor peggio il Finale dell’opera a partire da «Cielo e i miei figli». Il bellissimo «O rimembranza» perde l’aura sognante e diviene una cantilena di due vecchie donne (anche la Castagna non ha nulla di giovanile che la differenzi dalla Cigna) senza contare alcuni errori di testo. Giunti alla frase di Norma: «O cari accenti, così li proferiva, così trovava del mio cor la via» troviamo un bel portamento dilatato e sguaiato che ci fa capire che Pollione andava a cercare di Norma altre vie che non erano precisamente il cuore o i sentimenti…. Anche il duetto «In mia man alfin tu sei…» – in cui la lezione impartita da M. Callas (con qualsiasi partner maschile) è, a mio avviso, insuperata – patisce non pochi travisamenti di stile e accentazione.
Insomma una Norma interpretata alla stregua della sceneggiata napoletana (della serie “T’aggi ‘accide…”) ed è un vero peccato perché la grana vocale della Cigna era consistente, ma assai poco rifinita. A sua difesa va detto che, nell’incisione in studio per la CETRA, i modi interpretativi saranno molto più contenuti.
Edizione, perciò, che è uno specchio dei tempi e a nulla giova quanto, in un’intervista alla Rai3, la Cigna affermò nel considerare “Normine” (sic!) quelle che l’avevano succeduta in questo temibile ruolo. Semmai dimostra un modo alquanto aleatorio di avvicinarsi alla temperie culturale che ha prodotto un determinato capolavoro. In questo, M. Callas è stata ben altro che una Normina !
Luca Di Girolamo



Categoria: Dischi

 

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