Giovedì, 03 Aprile 2025

Norma

Aggiunto il 19 Luglio, 2009


Vincenzo Bellini
NORMA

- Norma SHIRLEY VERRETT
- Pollione NUNZIO TODISCO
- Adalgisa ALEXANDRINA MILCHEVA
- Oroveso CLIFFORD GRANT
- Flavio BARRY BUSSE
- Clotilde GWENDOLINE JONES

Orchestra e Coro della San Francisco Opera
Chorus Master: non indicato


PAOLO PELOSO

Luogo e data della registrazione: San Francisco, 1978
Edizione discografica: Gala, 2 CD economici

Note tecniche: suono piuttosto buono
Pregi: Shirley Verrett colta in serata molto interessante
Difetti: Contorno piuttosto di routine
Giudizio complessivo: images/giudizi/sufficiente.png


Elisabeth Schwarzkopf sarà stata sicuramente di parte nel criticare duramente la pratica di commercializzare le registrazioni dal vivo, in quanto consorte di Walter Leggae, ma non aveva nemmeno tutti i torti: la modalità di ascolto consentita dallo stereo casalingo è radicalmente diversa dall’ascolto teatrale, non foss’altro che per la presenza del micidiale tasto ‘rewind’, che permette di ingigantire a dismisura note sporche o sbagli di intonazione che, magari, nel corso di un ascolto teatrale, potrebbero passare via, se non inosservati, almeno meno esposti all’attenzione del riesame. Questo discorso, che Elvio Giudici nel suo libro affronta parlando del Barbiere di Siviglia edito dalla Nuova Era, potrebbe applicarsi anche alla registrazione della belliniana Norma captata all’Opera di San Francisco nel 1978 con Shirley Verrett nel ruolo del titolo e pubblicata dalla Gala, specializzata in registrazioni dal vivo. Già ottima Adalgisa nell’incisione ufficiale Emi (ora disponibile in cd per la Millenium e di cui sembra imminente la ristampa per la Universal) di cinque anni prima a fianco di Beverly Sills, la Verrett scelse il micidiale ruolo della sacerdotessa druidica per aprire, nel 1976, la stagione dei suoi debutti sopranili (seguirono, tra le altre, Tosca, Amelia, Aida, Desdemona, perfino la Leonore del Fidelio, senza contare la sua celebre Lady Macbeth). Se appare abbastanza improbabile lamentare, come fa ancora Giudici, che alla Emi avrebbero dovuto scambiare i ruoli tra le due primedonne (a parte il fatto che la Verrett debuttò il ruolo nel 1976 vorrei vedere come avrebbero convinto la Sills a interpretare la ‘cadetta’) è tuttavia lecito condividere il rimpianto per una mancata incisione in studio della Norma con la Verrett protagonista: questa performance live, edita dalla Gala con suono nel complesso abbastanza buono, è ricca di notazioni interessanti (che l’approfondimento e la tranquillità della sala di incisione avrebbero potuto raccogliere e sostenere) ma scarsamente inserite nel disegno interpretativo, dato che il contorno al protagonismo della Verrett è abbastanza mediocre: la direzione di Paolo Peloso è vigorosa, ma poco personale; Nunzio Todisco è un Pollione solido e di canto granitico al pari dell’inamovibile accento e Alexandrina Milcheva, pur cantando molto bene, è un’Adalgisa piuttosto anonima e non molto coinvolta.
Shirley Verrett, che con Norma coglie un risultato assai significativo e crea un’interpretazione molto interessante e persuasiva. Erano quelli anni in cui ci si cominciava a porre il problema di trovare una soluzione al rebus offerto da voci come quelle di Isabella Colbran e Giuditta Pasta, definite spesso ’contralto’ nelle cronache dell’Ottocento, ma impegnate in tessiture che, praticamente, si configuravano come quelle di un soprano centrale o, al limite, di un mezzosoprano acuto. Al di là delle definizioni, che lasciano il tempo che trovano, è la stessa tessitura di ruoli come Norma e Amina a parlare, ricca di frasi impostate su un registro centrale che ha da essere solido, ricco e timbricamente molto espressivo: non si può, tuttavia, parlare di tessiture squisitamente mediosopranili, anzi, ma semmai di parti che possono sopportare meglio di altre l’impatto di una voce mezzosopranile, sia pure molto estesa in alto come quella della Verrett. Del resto il tentativo di ribaltare timbricamente le parti di Norma e Adalgisa, cercando di evidenziare la maturità della sacerdotessa druidica contrapposta alla giovinezza indifesa della giovane cadetta (affidata, alla prima milanese, alla vocalità di Giulia Grisi, futura Elvira dei Puritani parigini), stava per essere portato in scena da Riccardo Muti a Firenze (affidando, tuttavia, i ruoli alle voci troppo simili di Renata Scotto e Margherita Rinaldi) e sarebbe stato portato in sala d’incisione, nel 1984, da Richard Bonynge con Joan Sutherland, ancora validissima, affiancata a una sorprendente Montserrat Caballé, che accettando di essere l’Adalgisa discografica sotto la direzione di chi, ai suoi tempi, contribuì a convincerla nel debuttare Norma, colse un felicissimo risultato. Anche il Festival di Martina Franca, nel 1977, tentò di proporre una Norma dove la giovinezza e l’inesperienza del personaggio di Adalgisa fosse posto in netto contrasto con Norma, affidando nel 1977 il ruolo della cadetta a una lucente Lella Cuberli, contrapposta alla temperamentosa e vulcanica Norma di Grace Bumbry (la registrazione di quelle storiche serate pugliesi è recentemente stata ristampata, con suono mediocre ma che permette comunque di farsi un’idea precisa della qualità dell’esecuzione, dalla Dynamic). Inutile quindi nasconderlo: il problema del live preso in esame è proprio nella mancanza di una linea interpretativa precisa tale da giustificare la presenza della Verrett come protagonista: la Milcheva, come già detto, è brava e canta molto bene ma, anche prescindendo dall’accento non così illuminante, tende a “fare” la solita Adalgisa, limitando quindi di molto le possibilità espressive nonché quelle della sua controparte.
Nonostante questo l’ascolto è interessante perché la sacerdotessa druidica plasmata dalla Verrett si presta a interessanti considerazioni, acuendo il rimpianto per una mancata incisione in studio (controparti ideali sarebbero potute essere Margherita Rinaldi, Lella Cuberli o anche Mirella Freni, che nell’incisione del Duetto del II Atto in un recital di quegli anni con la Scotto, trova stimolanti spunti nel dipingere un personaggio meno remissivo del consueto). L’accento della Verrett, innanzitutto, è sempre giusto: altero e austero nelle scene ‘pubbliche’, ma capace di fulminei ripiegamenti interiori, come nel bellissimo ‘Teneri figli’, cercando di valorizzare il più possibile la morbida brunitura timbrica con effetti spesso assai suggestivi (è notevole la gestione di ‘Oh, non tremare o perfido’). Certo, una registrazione in studio avrebbe rimediato a talune sparse incertezze vocali (ecco che torna la riflessione sul tasto ’rewind’ posta in apertura), dovute anche alla fatica di una parte lunga e impegnativa come poche: per esempio, alle prese con ‘Ei tornerà’ la Verrett sa realizzare con il giusto mix di tenerezza e sensualità l’ascesa al do sovracuto prevista a ‘il sol m’arride come nel primo amore ai dì felici’ ma poi la stessa nota nel ‘sangue romano’ non schiocca come ci si sarebbe aspettato e come la violenza del momento scenico prescriverebbe. Poco male: in compenso la gestione di ‘In mia man’ è ammirabile, il legato del Finale (ma anche della stessa ‘Casta Diva’) molto curato e la gestione della coloratura sicura e sciolta, pur non mancando di sparsi accomodi. Un’istantanea di una serata molto convincente, quindi, ma che acuisce il rimpianto per una mancata testimonianza ufficiale. Un direttore più sensibile, difatti, un’Adalgisa dall’interpretazione più convinta e adeguatamente differenziata timbricamente (e non è il caso della Milcheva) avrebbero potuto condurre a esiti molto interessanti: ma con i ‘se’ non si fa la storia e, meno che mai, la storia dell’interpretazione
Gabriele Cesaretti



Categoria: Dischi

 

Chi siamo

Questo sito si propone l'ambizioso e difficile compito di catalogare le registrazioni operistiche ufficiali integrali disponibili sul mercato, di studio o dal vivo, cercando di analizzarle e di fornirne un giudizio critico utile ad una comprensione non sempre agevole.