Caro Ninci,
grazie della tua bella risposta a cui cercherò di rispondere punto per punto, non per convincerti delle mie idee naturalmente - che sono decisamente diverse dalle tue - ma perché questi confronti risultano comunque arricchenti.
Partiamo dalla questione del Zeitgeist, lo spirito del tempo.
Ninci ha scritto:Sembra infatti che tu definisca ogni epoca attraverso una caratteristica egemonica, la quale dona all'epoca la sua omogeneità e la sua coerenza.
Io per parte mia preferisco vedere in un'epoca la compresenza di atteggiamenti diversi, senza essere costretto a stabilire una gerarchia fra di loro, secondo una visione prestabilita della storia. Una interpretazione, quando riesce a parlare al proprio tempo, attesta apoditticamente la plausibilità di se stessa come espressione del momento storico da cui nasce. Quindi Muti e Gardiner e Minkowsky e Jakobs, senza pretese egemoniche.
è vero che per me esiste una sintesi culturale del tempo, un genius saeculi, e non solo per me.
Lo si individua nelle tendenze "dominanti", nelle evoluzioni destinate a imporsi sulle altre, nella pratiche culturali che più significativamente incidono e si diffondono in una determinata epoca. ...anche nel mondo in cui si fa musica.
Ma nè io, nè quanti parlano di Zeitgeist abbiamo mai affermato che gli uomini di una determinata epoca siano come automi, uguali fra loro, inscatolati in tendenze a cui non possono opporsi .
Dire che il proto-cristianesimo abbia plasmato di sè la cultura romano-imperiale (fin nelle rivoluzioni sintaticche della scrittura di Seneca) non vuole dire che tutti i romani dell'Impero fossero Cristiani, nè che avessero assorbito quella cultura.
Lo spirito del tempo nasce proprio da una dialettica ricca, contraddittoria e persino aspra fra ancoraggi e rivolte: da questa dialetteica si forma una sintesi, anzi mille sintesi che a loro volta saranno sintetizzate.
Non ci sarebbe spirito del tempo se non vi fossero in campo le mille visioni
individuali dei singoli uomini, che si raggrumano in "visioni condivise" fra le quali si fanno largo quelle dominanti, identificiative di un secolo, di una regione, di una comunità..
Spesso (quando nel forum parliamo di queste cose) faccio il paragone con la lingua parlata.
Ognuno di noi parla l'italiano in modo diverso; ognuno trasferisce sulla sintassi e sul lessico una parte grande del proprio mondo interiore, della sua cultura, delle sue esperienze, persino della sua personalità.
Sia pure attraverso sfumature impercettibili, ognuno di noi contribuisce a confermare o modificare l'asse semantico di una parola.
Eppure nessuno di noi incarna individualmente "la lingua italiana del nostro tempo". Essa non è questione di individui, ma di masse, o per lo meno di "maggioranze", di comunità vaste e vastissima, ed è estrapolabile dalle tendenze più comuni, fossero anche "errori".
Fra cinquecento anni, gli studiosi della lingua non si scandalizzeranno più perché nel 2009 i conduttori televisivi sbagliavano il congiuntivo: vi scorgeranno probabilmente, la prova del lungo logorio del congiuntivo alla nostra epoca e rifletteranno sulle ragioni di questa evoluzione linguistica.
Al contrario, il fatto che singoli individui come me e te (si spera) non sbagliassero a coniugarlo non interesserà a nessuno.
Al più ci qualificheranno come le normali "resistenze" di fronte a qualsiasi evoluzione.
Questa attitudine si rivolge anche al passato. Infatti anche le epoche passate soffrono di questa sorta di omogeneizzazione forzata. Ho letto in un post su Barenboim che tu attribuivi caratteristiche omogenee di interprete wagneriano a Klemperer, Karajan e Kleiber. Ora questi tre direttori non hanno nulla di comune. Anche teo.emme metteva in un mazzo Furtwaengler, Klemperer e Knappertsbusch; altra eterogeneità assoluta.
In base a quanto ho già scritto, ti sarai reso conto che nessuno ha mai detto che Furtwaengler e Knappertbusc fossero uguali.
E' lecito affermare che un cane e un gatto sono vertebrati e mammiferi: questo non vuol dire che cane e gatto siano uguali.
Il fatto che, pur nelle diversità di approdi e personalità, Klemperer, Furtwaengler e Kanppertbusch fossero molto vicini allo spirito del loro tempo, non vuol dire che non ci fossero differenze. Non sarebbe nemmeno possibile...
Ricordiamo quanto male hanno fatto le pretese egemoniche sulla storia della musica del Novecento. Io sono abbastanza vecchio da ricordare il tempo in cui sembrava che al di fuori della tecnica seriale non ci fosse salvezza, perché lei e solo lei rappresentava il nuovo.
Concordo assolutamente, ma temo che l'esempio non calzi con quanto ho affermato io.
Lo spirito del tempo è dettato dalle masse, ossia da vaste comunità di individui (anzi, vastissime).
Le "egemonie culturali" di cui parlavi tu non erano espressione di alcuna massa, quanto di potenti élité collegate ad ancor più potenti interessi politici.
Perniciose minoranze, che impongo dall'alto le loro finte rivoluzioni.
Lo spirito del tempo nasce sempre dal basso.
Concludo sulla questione della svolta "critica" che a te pare Muti abbia subito nel corso dei decenni: da fin troppo teatrale a troppo poco teatrale.
E' però una cosa veramente divertente pensare che per moltissimi anni il rimprovero che gli veniva fatto era quello di essere troppo teatrale, di una teatralità talmente immediata che ogni opera da lui diretta si trasformava per questo solo fatto nei "Pagliacci". Adesso accade l'esatto contrario. Sic transit gloria mundi, e così sia.
Quello che dici è giusto, ma io non vi scorgo alcuna contraddizione.
Il problema, secondo me, è squisitamente terminologico. E' il termine "teatralità" che, in questo contesto, ci fa scorgere una contraddizione che secondo me non c'è.
Se per teatralità si intende esuberanza e vivacità passionale (fatta anche di slanci ed effetti) è un conto.
Se per teatralità si intende la capacità di raccontare una storia non accontentandosi dell'emozione diretta, bensì scavando oltre i segni, scendendo nei nodi irrisolti, nelle ambiguità, nelle contraddizioni, svelando ponti e contatti con le inquietudini del nostro tempo... allora è tutt'altra cosa.
Cos'era la "teatralità" che si rimproverava al giovane Muti?
Era forse quel tipo di profondità che ho appena descritto? Non direi: a me pareva piuttosto esuberanza, vivacità, entusiasmo, forza di reazioni, molte delle quali appassionate e semplici.
Cosa ci ha svelato Muti di Abigaille e delle sue ragioni (tanto per fare un esempio)?
Cosa ci ha svelato di Violetta che già non sapessimo?
Che è "gggiovane", perché quello descritto dalla Traviata è "un amore ggggiovane".

(scusa le tante g, ma ricordo bene l'intervista di Muti prima del debutto con la Fabbricini).
E la tragedia di Violetta, la sua scandalosa contestualizzazione, l'evidenza della sua "professione", l'ossessione di Piave per la diversità fisico/sociale dei suoi maledetti...? Tutto ridotto all'amore "gggiovane"?? (su cui per altro ci sarebbe da riflettere, anche in considerazione delle sottili allusioni di Germont?)
Cosa ci ha svelato Muti di Macbeth, delle sue truculente simbologie discese dalle radici stesse del Teatro occidentale?
Bel ritmo... belle atmosfere... begli schianti sonori: le streghe hanno da essere streghe... ( e se fossero qualcos'altro?).
Il "teatralissimo" Verdi di Muti può descrivere un tipo di narrazione anche efficace, convincente, persino trascinante, ma non profonda, secondo me.
Come non profondo - eccola per me la coerenza - è stato ed è il suo approccio al '700.
Se mi passi il paragone (che non vuole essere irriguardoso, ma solo esplicativo) il Verdi di Muti mi ricorda un poco i Western di De Mille: sì, divertenti, sì godibilissimi, sì ben fatti, sì brillanti... sì vivacità narrativa, sì dominio della forma, sì consapevolezza tecnica... Però non è che ti lasciassero poi tanto, una volta visti...
In compenso... come reagiva il povero De Mille - con la sua teatralità da Western per famiglie, fatta di effetti e di slanci - quando lo costringevano a volgersi al mondo classico o biblico?
...I dieci comandamenti, il Re dei Re...
Semplice. Non avendo strumenti migliori, reagiva con feste di pepli, templi, scalinate, marmi e gigantismi, colonne sonore a "grande orchestra" dal sapore modale, attori imbalsamati nel "fare grande" (come si conviene al colossal), lo sguardo che volge lontano.
Quella non era il mondo classico. E nemmeno il mondo biblico.
Era solo una raffigurazione pomposa e ingessata, frutto non di letture o riflessioni approfondite, nè di intuizioni sconcertanti e nuove (ciò che io intendevo per "teatralità") ma solo di una certa ingenuità di fondo da parte di De Mille, la stessa ravvisabile nei suo Western, benchè questi ultimi risultassero più freschi e vivaci, anche troppo...
Non mi stupirei che i critici americani che contestarono De Mille per i suoi Western "troppo carichi" ed effettistici, fossero gli stessi che lo rimproverano di essere bolso, statico e pomposo nei "Dieci comandamenti".
Vorrei infine aggiungere, a proposito di Minkowski, che evidentemente tu sei stato sfortunato con le Nozze di Figaro.
Io l'ho sentito innumeri volte (da Carmen alla Grand Duchesse di Gerolstein, dalle Nuits d'été all'Ifigenia in Aulide, dalla Platée al Dido and Aeneas). La sua perfezione formale mi è sempre parsa tanto più incredibile, quanto più egli osava effetti e soluzioni audacissimi.
Sinceramente il suo Orfeo mi pare talmente sconvolgente che non credo si possa ridurre a esteriorità.
Magari ne parleremo più nel dettaglio.
Lo spero, perché se è vero che i gusti sono soggettivi e nessuno ha il diritto di ergersi a divulgatore di verità, è anche vero che la musica e l'interpretazione si costituiscono di segni, identificabili fisicamente e decifrabili in base al codice che tutti noi, fruitori di musica o musicisti, condividiamo.
Un caro saluto e grazie dei bellissimi spunti che ci hai offerto.
Matteo Marazzi