MatMarazzi ha scritto:Veniamo a Bergonzisecondo me Bergonzi con gli anni ’50 non c’entra nulla: non aveva nulla a che spartire con la ricerca portata avanti in quegli anni.
Eppure Bergonzi si forgiò negli anni post-bellici.
La sua tecnica (il suo canto forbito, "virgolettato" come disse felicissimamente Maugham, tecnicamente antico e pago del proprio vocalismo) non nacque come scelta di rottura negli anni '60, come risposta alla tua "crisi".
Nacque ben prima: all'alba degli anni 50.
E fu negli anni 50 che conobbe la gloria, prima nazionale, poi internazionale e discografica.
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Il nostro errore, se così posso esprimermi, è di prendere degli anni 50 solo le cose più appariscenti, quelle più "futuribili" e pensare che la rivoluzione di quel periodo d'oro sia consistita in questo.
Ma gli anni 50 erano un coacervo di tenendenze opposte: vi era spazio, come si è detto, persino per la critica, per la provocazione.
Anche in Italia c'era spazio per il neorealismo e per la negazione di esso.
E' in questa temperie che si fecero largo tanto Bergonzi, quanto Kraus.
E se anche, come abbiamo detto, essi divennero vent'anni dopo dei totem un po' sbilenchi per un pubblico demotivato e sfinito, negli anni 50 erano parte di uno dei grandi movimenti in atto.
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Bergonzi negli anni 50 era l'esponente di una delle tante tendenze in atto, prova della vitalità dell'epoca.
Hai ragione. Infatti noi degli anni '50 ricordiamo Del Monaco e Di Stefano, ma non teniamo conto di Giacinto Prandelli, Eugenio Fernandi, Gino Penno e tanti altri tenori che erano assai più ancorati al passato di Pippo e Mario. Riascoltavo ieri l'"Ingemisco" cantato da Di Stefano con Toscanini e da Prandelli con De Sabata. Registrazioni entrambe del 27 gennaio 1951, a 50 anni dalla morte di Verdi. Più coeve di così...


Curiosamente, il Prandelli di dieci anni dopo, oramai declinante, si era molto "distefanizzato", e forse questa apertura del suono per una voce educata all'emissione da vecchia scuola era stata fatale. Bergonzi ebbe la saggezza di evitare questo errore.